Economia circolare: quella lezione ancora da comprendere

In un articolo sulla rivista “La Termotecnica” del gennaio 2000 sul ruolo delle norme volontarie per la sostenibilità dello sviluppo (1) scrivevo, tra l’altro, che essa “…richiede l’adozione di modi di produrre e consumare più consapevoli, nel rispetto del principio dell’equità intergenerazionale. … che occorreva … continuare la strada dell’industrializzazione ed espandere l’economia puntando su innovazioni tecnologiche ecocompatibili … L’obiettivo principale deve essere quindi quello di eliminare per quanto possibile sprechi e inquinamento ambientale e adottare modalità di produzione e di consumo basate su tecnologie ad altissima efficienza di materiali ed energia … ovvero realizzare sistemi produttivi … che utilizzino fino in fondo le materie prime aggregando diverse industrie in una struttura a rete e facendo sì che gli scarti e le emissioni di un’industria fungano da materia prima per un’altra industria e così via, fino a chiudere il circolo e pervenire a sistemi produttivi a emissioni zero. I risultati ottenibili con tali sinergie portano le industrie a guardare all’ambiente come fonte di guadagno…Dicevo che … L’adozione di questa strategia crea nuovi vantaggi competitivi, ma richiede di ripensare in modo integrato le attività produttive attorno ad un processo principale di trasformazione e di modificare i parametri essenziali sui quali competono oggi le imprese. Peraltro questo processo è già iniziato, se si considera che negli ultimi anni la strategia di sviluppo delle imprese è stata mirata al soddisfacimento della crescente domanda di sicurezza e qualità posta dal mercato, unitamente a quella della razionalizzazione dei processi per ridurre i costi di produzione, con un più attento controllo dei flussi energetici e delle giacenze di semi lavorati e prodotti (il cosiddetto “just in time”). Tendere verso rischi zero, difetti zero, scorte zero è infatti la premessa necessaria per realizzare progressivamente la “produttività totale dei materiali” e per andare verso emissioni zero. …”.

Erano i tempi in cui presiedeva l’Ati Umberto Ruggiero e il Paese era fortemente impegnato da oltre un decennio sul tema dell’ambiente, con la costituzione nel 1986 di uno specifico ministero.
Questo sulla scia dell’attività di ricerca dell’Enea, presieduta fino ai primi anni ’90 da Umberto Colombo, che aveva operato la trasformazione dell’organismo da CNEN – Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare – in Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente. Con ciò, proponendo una visione radicalmente diversa degli obiettivi da perseguire nella crescita, che poneva al centro l’uomo e l’ecosistema, e degli strumenti da utilizzare, che guardavano ai processi naturali, i cui modelli di gestione, di produzione e consumo erano notoriamente molto efficienti.

I tanti moniti
Proprio Umberto Ruggiero, emerito e già rettore del Politecnico di Bari, in un editoriale del numero di gennaio-febbraio 1999 del mensile dell’associazione dal titolo “Impegno dell’ATI per l’energia e l’ambiente”, scriveva: “Forse mai come in questi ultimi tempi i temi dell’energia e dell’ambiente sono presenti e diffusi nella pubblica opinione con la consapevolezza di una estrema importanza ed incidenza sull’economia attuale e futura del nostro Paese. La nostra Associazione Termotecnica già nel ’97 con una Conferenza nazionale sulla “Energia del futuro” chiamò a raccolta politici, industriali e professionisti a riflettere, nel quadro dei mutamenti avvenuti con l’imminente integrazione europea, sui grandi temi, quali le fonti di energia e l’efficienza degli impianti e dei sistemi costruiti, il rilancio dell’industria energetica e la gestione dell’energia nel sistema industriale e nei trasporti con le conseguenze sull’ambiente e la qualità della vita, senza dimenticare la necessità del rilancio di una ricerca italiana capace di innescare il circolo virtuoso: ricerca, produzione e nuova occupazione. … È chiaro a tutti che nessuno dei problemi affrontati a livello nazionale può avere soluzione corretta se non si guarda alla loro globalizzazione: si collocano ormai tutti in una ottica europea e mondiale. … La valorizzazione e il rafforzamento di tale sensibilità è un fatto di cultura. … È un acculturamento che deve partire da lontano e cioè dalla Scuola e dall’Università; è un processo formativo a cui deve essere dedicato il massimo impegno da parte di Enti e Organismi preposti, anche di settore, e da parte del sistema produttivo, in prima linea per le azioni che ne garantiscono la sopravvivenza nella concorrenza sempre più agguerrita del mercato. … C’è molto da fare in ogni direzione … .”.
Lo stesso Colombo, pochi mesi prima, nell’editoriale “Energia, tecnologia e ambiente: la sfida del XXI secolo” del numero di novembre 1998, sempre de “La Termotecnica”, affermava, tra l’altro: “… Sebbene non si disponga di una prova scientifica inoppugnabile di una relazione causa-effetto fra l’emissione di gas serra nell’atmosfera (connessa in gran parte al ciclo energetico) e il riscaldamento del clima globale, gli indizi a favore di una tale tesi sono ormai schiaccianti, e questo fa crescere il sostegno dell’opinione pubblica verso politiche precauzionali (no regret) … “.
Scorrendo i numeri del mensile degli ultimi decenni è facile vedere quanto siano stati numerosi gli interventi dei Tecnici sulle istanze dell’ambiente e sui vantaggi pure economici della sua difesa. Non si può dire, dunque, che siano mancati continui richiami nelle riviste specializzate, come in  questo portale e negli altri mezzi di comunicazione, delle ragioni dell’economia circolare. Di un un’economia capace di un continuo adattamento e di coniugare un alto livello di qualità della vita con uno sviluppo economico che progredisca mantenendosi entro limiti ecologici. Ovvero di un’economia che non superi la capacità di carico della biosfera, con il supporto di regole cogenti e norme consensuali, come descrivevo nell’articolo citato in premessa. 

Le valenze della progettazione
Il termine economia circolare definisce, infatti, un sistema economico pensato per potersi rigenerare da solo, secondo un modello che richiede il ritorno da una crescita quantitativa ad una crescita qualitativa e che, come tale, affonda le sue radici nel passato. Perché si propone di soddisfare bisogni che siano reali, con una progettazione su misura di prodotti, ma anche di servizi, che sappia coniugare la generazione di manufatti di lunga durata, con la possibilità del loro ricondizionamento, e la riduzione di quella dei rifiuti. In quanto questi possono essere azzerati, come ci insegna la natura, se i componenti biologici e tecnici di un prodotto sono progettati col presupposto di adattarsi all’interno di un ciclo dei materiali, concepito per lo smontaggio e la ricostituzione in forma analoga o diversa.
A questo fine il design ha un ruolo fondamentale, dato che è durante la fase di concezione, progettazione e sviluppo che vengono prese le decisioni che incidono maggiormente sulla compatibilità con l’ambiente del manufatto/servizio durante il suo ciclo di vita. Pertanto è questa la fase in cui vanno fatte le valutazioni di base, prefigurando scenari diversi per stimare la sostenibilità del segmento produttivo, non solo ambientale, ma anche economica.
In particolare, quanto ai materiali, per razionalizzarne l’impiego in modo da massimizzare il ricorso a quelli rinnovabili, riciclabili, biodegradabili, compostabili, di prossimità territoriale (per ridurre gli impatti ambientali del trasporto) e alla fine per accrescerne complessivamente la produttività.
Pertanto, i requisiti che deve assicurare la progettazione sono molteplici. La modularità, ovvero concepire i prodotti in modo da favorire e non precludere la possibilità di sostituirne le parti, recuperare, riusare e rigenerare assiemi e sottoassiemi, anche reimpiegandoli in uno nuovo prodotto. Per conseguenza pure la disassemblabilità, cioè facilitare lo smontaggio delle diverse componenti del prodotto, specie quanto alle tipologie di materiali impiegati. Così favorendo la riparabilità, con una più agevole sostituzione e manutenzione delle parti tecnologicamente obsolete o danneggiate. E ciò permette di allungare il ciclo di vita, ma anche il reimpiego per la stessa funzione, con possibile cessione a nuovi acquirenti dopo una radicale revisione.
Il tutto, con l’obiettivo più generale di avvicinare il traguardo della riciclabilità totale dei materiali, riducendo al minimo i componenti multimaterici che non siano convenientemente scomponibili (ivi compresi quelli contenenti sostanze regolamentate come pericolose) e di facilitarne la raccolta. Questo, preservando la qualità del recupero in modo da evitare che, durante il processo di riciclo, materiali e componenti subiscano alterazioni tali da non consentirne un nuovo utilizzo, con il risultato di ridurne il valore economico. 

L’obiettivo di fondo
Perché, come detto, economia circolare significa un modello di sviluppo economico che ha come obiettivo finale quello di garantire una gestione efficiente delle risorse, con la valorizzazione di tutto ciò che ancora intrinsecamente possiede una qualche utilità, tramite il suo recupero e reintroduzione nel sistema economico. Ciò, mantenendo comunque alta la qualità dei manufatti, così da assecondare il progresso sociale e salvaguardare l’ambiente con una maggiore produttività dei modelli di produzione e consumo che assicuri, nel contempo, maggiore redditività e profitto per le imprese.
Un modello certamente non facile da realizzare, visto che richiede una drastica trasformazione dei processi produttivi, che vanno riconcepiti per ridurre al minimo la generazione di scarti di lavorazione o, diversamente, facendo sì che questi siano impiegabili come materie prime-seconde per produzioni anche molto differenti, tra cui ricercare una simbiosi. In tal modo riducendo i costi di processo, oppure aumentandoli, ma potendo in ogni caso contare, complessivamente, su maggiori ricavi dalle vendite. In ogni caso, dovendo mettere da parte i modelli di business tradizionali sin qui utilizzati con un determinato successo, nel contesto di un mercato ancora immaturo e incerto, in termini di domanda, offerta e di esempi esigui di imprese che hanno avuto il coraggio di rinnovarsi e disporre le loro attività in circolo.
Dunque, non basta che le imprese individuino e valutino l’efficacia di nuovi processi e modelli, peraltro già esistenti e ben collaudati. In quanto per adottarli è necessario che esse trovino nel mercato risorse derivanti dal riuso, da materiali riciclati, riciclabili o biodegradabili, derivanti a loro volta da filiere di produzione che siano circolari e, quanto all’energia, da quelle rinnovabili.
Quindi, occorre procedere per gradi, immettendo il sistema produttivo su un percorso che porti le aziende del futuro a eliminare progressivamente la generazione di rifiuti che non si possono ricircolare o residui che non si possono riutilizzare in altri cicli produttivi. A tale scopo, introducendo vincoli progressivi sulla modularità, recupero e riciclo dei prodotti e loro componenti e condizioni di favore per le forniture che offrono le migliori prestazioni ambientali lungo l’intero ciclo di vita. Questo a partire dalle forniture richieste dalle Pubbliche Amministrazioni, come già avviene con il Green Public Procurement (GPP) e da noi con i requisiti che dettano i Criteri Ambientali Minimi del Ministero dell’ambiente (CAM), già adottati per alcuni comparti merceologi. 

Il nuovo anello
Come si è detto, la circolarità dell’economia è una concezione che affonda le sue radici nella storia, perché trarre ispirazione dall’integrazione dei processi che alimentano la vita della biosfera è un modello di pensiero risalente nel tempo. Quello che l’uomo è parte della natura e che il suo benessere dipende dai beni e dai servizi ricavati dall’interazione con l’ecosistema. Pertanto, in altre parole, la lezione da apprendere è che l’economia è connessa alla natura e che nulla è per sempre, neppure la sua crescita. Anzi, la decrescita può essere “felice”, se significa rifiutare razionalmente ciò che non serve. Una consapevolezza che sta facendosi strada e che vari economisti teorizzano da tempo.
Tuttavia, è un insegnamento che l’umanità tarda a capire, solo ora iniziando ad adottare qualche forma di provvedimento organico. Tra questi, in Europa, la Comunicazione della CE: “L’anello mancante. Un Piano d’azione europeo per l’economia circolare” del 2 dicembre del 2015, contenente un pacchetto di proposte di revisione delle Direttive sui rifiuti ed altro, preliminarmente approvato da Parlamento e Consiglio europei nel marzo e giugno 2017. Nei mesi successivi, la negoziazione tra i tre soggetti, Commissione, Parlamento e Consiglio, ha permesso di arrivare, a fine dicembre, ad un accordo finale sulle nuove norme in materia di riciclo e economia circolare, approvato il 18 aprile scorso, la cui pubblicazione nella Guue è attesa nelle prossime settimane.
Il pacchetto ridisegna il quadro normativo dell’Unione con l’aggiornamento di sei direttive sui rifiuti, sulle discariche, sugli imballaggi e sui veicoli fuori uso, comprendente anche rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, oltre pile e accumulatori. Questo, al fine di orientare le politiche dei 27 Stati membri verso modelli sostenibili di produzione e consumo e, per ciò, il pacchetto introduce target vincolanti per tutti i comparti da raggiungere negli anni a venire.
Entro il 2025 il 55% dei rifiuti urbani generati da ogni Paese dovrà essere avviato a riciclo, per poi passare al 65% entro il 2035, a fronte dell’attuale media del 42% misurata da Eurostat. Ma, per gli imballaggi, già nel 2030, bisognerà aver raggiunto complessivamente il 70%, con target intermedi differenziati a seconda del materiale: 50% al 2025 per la plastica, 70% per vetro e acciaio, 75% per carta e cartone, 50% per l’alluminio e 25% per il legno. Entro il 2035 il tetto massimo dei conferimenti in discarica dovrà essere del 10%, rispetto al valore attuale del 26%. I rifiuti domestici pericolosi dovranno essere raccolti separatamente entro il 2022, i rifiuti organici entro il 2023 e i tessili entro il 2025.
Il tutto con alcune deroghe, al massimo di 5 anni, per i paesi che nel 2013 smaltivano ancora in discarica più del 60% dei rifiuti e ne riciclavano meno del 20%, basate su criteri di calcolo comuni per tutti i paesi dei tassi di smaltimento e riciclo, sinora mancanti. Questo considerato che, quanto ai rifiuti urbani, nel 2014 Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia non hanno inviato praticamente niente in discarica; mentre Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia e Malta hanno ne hanno interrato più di tre quarti. L’Italia nel 2016 ha smaltito in discarica circa il 27% dei rifiuti urbani prodotti (compreso un 1% utilizzato per la copertura), pari a mezza tonnellata annua pro-capite, a fronte del 22% incenerito e coincenerito e del 51% riciclato e compostato. 

I rifiuti alla sbarra
Significativa per il successo della nuova politica è l’enfasi della normativa sulla gerarchia dei rifiuti, che precisa i criteri di priorità della loro gestione, con l’obbligo da parte degli Stati membri di mettere in atto strumenti economici e fiscali per incoraggiarne il corretto ciclo e riciclo, e quella sulla responsabilità estesa del produttore (EPR) nel raggiungimento dei target, comprendente la fase post-consumer, ovvero l’intero ciclo di vita del prodotto. Il pacchetto introduce. infatti, per la prima volta, alcuni criteri minimi per gli schemi di responsabilità estesa. Inoltre, gli Stati dovranno adottare misure idonee in modo che le imprese migliorino l’efficienza e la riciclabilità dei prodotti nel loro intero ciclo di vita, che dovranno farsi carico della copertura dei costi della gestione efficiente dei rifiuti, quanto alla cernita, al trattamento, all’informazione e alla comunicazione dei dati.
In particolare, per la prima volta viene normata a livello comunitario la questione degli sprechi alimentari, precisamente definiti, con target obbligatori di riduzione del 30% entro il 2025 e del 50% entro il 2030, e prevista una strategia per incentivare la raccolta dei prodotti invenduti e la loro distribuzione in condizioni di sicurezza, anche attraverso campagne di sensibilizzazione dei consumatori.
Da quanto detto si comprende che siamo di fronte a un cambio di passo e di visione, che impone l’Ue, assai importante, che potrà avere ricadute determinanti e significative per l’economia e l’ambiente europei. Perché innalzare i target di riciclaggio dei rifiuti urbani e da imballaggio, inserire un limite di conferimento massimo in discarica pari al 10%, estendere gli obblighi di raccolta separata ai rifiuti organici, tessili e domestici pericolosi, unitamente alle altre misure previste dal pacchetto, significa dover passare da un modello economico lineare a un modello che riduce il consumo di materie prime e, quindi, progressivamente circolare. In tal modo, avviando la crescita su un percorso di sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica, per i risparmi che prevede la Commissione europea, attesi in centinaia di miliardi di euro, e sociale, per la creazione di nuovi posti di lavoro, stimata, sempre secondo la Commissione, in oltre 100.000 nuovi posti di lavoro nei prossimi 15 anni.

La lezione da apprendere di un traguardo obbligato
Dunque, ogni tergiversazione nell’attuazione dei nuovi obblighi introdotti sarebbe del tutto irresponsabile, oltre che incivile, in quanto i nodi sono al pettine ormai da molto tempo. In ogni caso, purtroppo, non c’è da cantar vittoria, visto che il contributo del vecchio continente alla soluzione del problema del progressivo esaurimento delle riserve di minerali, economicamente accessibili con le tecnologie attuali, è assai marginale, dato che l’economia dell’Ue è ben poca cosa rispetto a quella del mondo, conta per meno 1/4 del pil globale, anche se l’esempio può far scuola.
E perché, nel frattempo, la vertiginosa crescita delle economie emergenti e quella della popolazione mondiale, che nel 2050 supererà i 9 miliardi, continueranno a generare un consumo esponenziale di risorse naturali, in particolare di materie prime, addebitandone alle prossime generazioni la pesante ipoteca, il cui riscatto in vari casi è già di fatto impossibile, per la gravità del degrado subito da certi ambienti locali. Una situazione che rende l’adozione di un modello circolare di produzione e consumo un obiettivo prioritario, di importanza cruciale e strategica, in quanto gli interventi necessari per raggiungere il traguardo della sostenibilità globale rilanciano anche la crescita, per cui ogni ulteriore ritardo è doppiamente colpevole.
L’ottimismo è d’obbligo e lo induce il coraggio dell’Ue. Ma, come mostrano i tanti richiami rimasti senza risposte nei decenni trascorsi, i cambi culturali richiedono periodi lunghi e la transizione del mondo verso un’economia efficiente nell’uso delle risorse, a basse emissioni di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici, capace di assicurare una crescita sostenibile ed inclusiva e di superare gli egoismi nazionali e delle élite che detengono attualmente il potere, appare purtroppo un traguardo ancora lontano.
Tuttavia, oggi i tempi sono certamente più maturi e aumenta la pressione dell’opinione pubblica, sempre più consapevole del rischio ambientale che corre l’umanità e del fatto che, se la misura della ricchezza non contabilizza il costo della preservazione dell’ambiente, i conti non torneranno mai, perché la sua crescita non va di pari passo con quella del benessere e l’incremento inutile dei consumi vincola inutilmente la libertà.

Pierangelo Andreini
Maggio 2018

(1) “Sviluppo sostenibile: il ruolo della normativa tecnica”, La Termotecnica – Anno LIV n.1, pag. 49-58.