Al via le nuove lauree professionalizzanti

Meglio tardi che mai, è il commento che sorge spontaneo dopo il varo nei mesi scorsi del decreto del ministero dell’Istruzione Università e ricerca sulle lauree professionalizzanti.
Il provvedimento è il risultato dell’ennesima istruttoria sulla materia, in questo caso condotta da un apposito gruppo di lavoro denominato “Cabina di regia nazionale per il coordinamento del sistema di istruzione tecnica superiore e delle lauree professionalizzanti”.
La cabina è stata costituita dal Miur nel febbraio dell’anno passato con lo scopo di armonizzare l’offerta formativa da attivarsi da parte degli atenei con quella degli ITS, Istituti Tecnici Superiori, per incrementare e accelerare la qualificazione dei giovani. In tal modo, secondo il ministero, il nostro Paese si dota finalmente di un proprio modello di formazione terziaria altamente formativa per rispondere alle necessità espresse dal mercato, dopo lo stop, aggiungo io, del precedente tentativo esperito con il DM 987 del 12.12.2016, rimasto senza seguito e senza convincenti spiegazioni del tempo così sprecato.
Speriamo che sia la volta buona. Anche perché ulteriori tergiversazioni apparirebbero ora ingiustificate e, quindi, colpevoli, visto che il rafforzamento del segmento di istruzione terziaria professionalizzante è espressamente richiesto dalla strategia comunitaria “Europa 2020” per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Essa prevede che tra meno di tre anni le persone tra i 30 e i 34 anni in possesso di un diploma di istruzione terziaria, comprendente le lauree brevi, raggiungano il 40%. Un traguardo per noi impossibile da conseguire, stante il numero iscritti a percorsi di apprendimento post-secondari non terziari e terziari di breve ciclo che è fortemente squilibrato a nostro sfavore.
Lo dicono le cifre, che registrano il flop della laurea breve, introdotta 18 anni fa con la famigerata riforma del 3+2, che ha mancato totalmente l’obiettivo, mantenendo l’Italia con la più bassa incidenza di laureati sulla popolazione, tra i paesi avanzati. Infatti, su cento persone tra i 25 e 34 anni, solo 24 hanno un titolo di studio terziario (inteso in senso lato, diversamente la percentuale è minore), a fronte di una media OCSE e dell’Unione Europea, rispettivamente, del 41 e 38%. E quanto ai diplomati post-secondari, quelli che da noi formano gli ITS, i dati relativi all’anno scolastico 2014-15 attestano una situazione assai peggiore: Italia 8251, Regno Unito 272.487, Spagna 400.341, Francia 529.163, Germania 764.854. Una sproporzione non facile da recuperare, se si pensa che gli ITS, attivi dal 2010, sono una realtà ancora di nicchia, con i loro circa 9.000 diplomati annui, a fronte delle centinaia di migliaia che sfornano i nostri competitors.
Due handicap gravi che misurano la distanza del nostro sistema formativo da quello degli altri principali paesi europei, basato su due modelli di professionalizzazione terziaria tra di loro sostanzialmente diversi. Il primo è quello dell’Europa centro-settentrionale delle cosiddette Università professionali e delle Università delle scienze applicate, come le tedesche Fachhochschulen, che propongono corsi triennali autonomi rispetto alle altre Università. Di queste ultime in Germania ne esistono 102, come da noi, mentre le Fachhochschulen sono 170.
In Italia le Università, incluse le telematiche, sono infatti 100, ma sono zero quelle di scienze applicate. Il secondo modello è quello francese che propone due percorsi post-diploma: le Sections de Technicien Supérieur (STS), che fanno parte dei Lycées Technologiques e propongono bienni di tipo post-secondario all’interno del sistema scolastico secondario di indirizzo tecnico, e gli Instituts Universitaires de Technologie (IUT) che propongono corsi biennali in ambito universitario con i quali si ottengono diplomi universitari professionali. 

Il lavoro che attende
Con l’istituzione delle lauree professionalizzanti, stabilita finalmente per decreto, la nostra offerta ricalca, quindi, il modello francese, ma per arrivare ad attuarlo altrettanto bene come i cugini d’oltralpe il lavoro sarà lungo e complesso. Basti pensare a quanto è stato necessario fare in otto anni per attivare gli attuali ITS, che sono 93, suddivisi in 6 aree tecnologiche: 13 sull’efficienza energetica, 17 sulla mobilità sostenibile, 7 sulle nuove tecnologie della vita, 34 sulle nuove tecnologie per il Made in Italy, 10 sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, 12 sulle tecnologie innovative per i beni e le attività culturali.
È stato necessario innanzitutto tessere l’orditura delle partnership, con un paziente lavoro che ha messo in squadra 676 imprese, 404 istituti secondari di 2°grado, 295 agenzie formative, 194 enti locali, 98 dipartimenti universitari, 93 associazioni d’imprese, 62 Enti e Istituti di ricerca scientifica e tecnologica, 40 associazioni datoriali, 33 ordini/collegi professionali, 15 camere di commercio, 13 organizzazioni sindacali, 7 istituti di credito. Da ciò è derivata la possibilità di definire i percorsi didattici, inserendovi compiutamente le esigenze delle imprese, e di fare in modo che i contenuti dei corsi soddisfino al meglio la domanda di competenze del mondo del lavoro. E quest’ultimo è ben rappresentato anche sul piano della didattica, dato che il 50% dei docenti deve provenire dal lavoro e possedere una specifica esperienza professionale maturata nel settore per almeno cinque anni. Inoltre, in ciascuno dei quattro semestri in cui si articola l’insegnamento sono previste attività teoriche, pratiche e di laboratorio, così che il tirocinio formativo non sia meno del 30% del monte ore complessivo.
Analoga sfida e analogo successo, anche se per gli ITS non ancora nei numeri, dovranno affrontare e, si spera, conseguire le nuove lauree professionalizzanti, compiendo un cammino che, come si può comprendere, non sarà breve. Pure in questo caso la nuova normativa introdotta chiede che i percorsi prevedano nel triennio almeno un terzo di ore dedicate a tirocini con esperienze lavorative e di laboratorio. Il decreto stabilisce, inoltre, che l’insegnamento non potrà essere svolto on-line, ma con i metodi tradizionali, che gli atenei potranno attivare un corso per anno accademico per le professioni che sono regolate da ordini, collegi, ecc., che in tale ambito potranno avviare collaborazioni anche con le imprese, che una quota delle docenze potrà essere attinta dal mondo produttivo esterno all’università e che, last but not least, i corsi dovranno armonizzare la offerta degli insegnamenti impartiti con quella degli Istituti Tecnici Superiori, in una logica di prosecuzione degli studi.
Così, gli ITS continueranno a formare tecnici ed esperti d’officina super specializzati, mentre dal 1°ottobre 2018 le università inizieranno a formare super-periti industriali, chimici, esperti di agraria e agrotecnica, super-guide turistiche, esperti di cantieri e scavi archeologici, avvicinando in modo più concreto gli studenti universitari ai vari contesti lavorativi. In tal modo offrendo una diversa possibilità a chi penserebbe di interrompere gli studi, ma ripristinando, nella sostanza, il canale formativo dei vecchi corsi di diploma universitario di taglio operativo-professionale (di durata biennale, che avevano assorbito i corsi delle Scuole dirette a fini speciali, e quelli di durata triennale, con finalità professionalizzanti), colpevolmente “rottamato” 18 anni fa dalla improvvida riforma del 3+2, sopracitata, da cui deriva l’attuale configurazione degli studi universitari su due livelli: laurea triennale e laurea specialistica quinquennale.

Colmare i gap
Un rinsavimento tardivo, per ora di valenza più che altro simbolica, dato che i primi corsi saranno una dozzina, con 50 studenti ciascuno a numero chiuso e, quindi, i nuovi laureati, tra circa 4 anni, potranno essere circa 600, in lenta crescita, dato il limite di aprire un nuovo corso ogni anno accademico. Oltretutto con l’ulteriore limite del “costo zero”, perché non sono previsti specifici finanziamenti. Un handicap che inficia il ravvedimento, i cui esiziali effetti sono ben noti all’Amministrazione.
Lo attesta quanto disse in un convegno organizzato dal ministero dell’Università e della Ricerca in collaborazione con l’Accademia Nazionale dei Lincei il 18 novembre 1993, lo stesso ministro pro-tempore, Umberto Colombo: “…Credo sia stata a suo tempo un’ipocrisia sostenere che il diploma universitario potesse essere attuato a costo zero. Non si può tendere all’efficienza, ossia alla riduzione del costo – che in ogni caso non può essere nullo – senza perseguire simultaneamente l’obbiettivo dell’efficacia, ossia del valore reale del diploma nel mercato. Se realizzassimo diplomi inutili per il paese, accresceremmo lo spreco di risorse pubbliche e private e metteremmo a rischio l’avvenire professionale dei giovani. …
Comunque sia, con le doverose riserve che insegna la cronaca dei fatti, possiamo dire che una nuova strada è finalmente tracciata. Ma ciò dopo oltre mezzo secolo di false partenze, errori e marce indietro, durante il quale protagonisti del mondo accademico hanno continuato a richiamare con tenacia la necessità di un legame forte tra imprese e mondo dell’istruzione, sia tecnica superiore che universitaria.
Tra essi Umberto Ruggiero, emerito e già rettore del Politecnico di Bari che, ancora sei anni fa, in un articolo nel numero n° 6/2011 della rivista “La Termotecnica”, dal titolo “Ingegneri e tecnici intermedi , 50 anni di storia: quale formazione e quali risultati?”, scriveva: “Appare evidente, prima con gli IFTS e oggi con gli ITS, che dopo 50 anni di incertezze al Ministero competente sembra farsi luce un disegno complessivo, finalmente più logico, con il triplo percorso di formazione: di base (tecnico-professionale), universitario (laurea e specialistica) e indipendente, ma collegato alla scuola secondaria e al Sistema regionale di formazione professionale e con lo collaborazione interessata delle Università. Disegno finalizzato a creare le più volte auspicate leve tecniche con titoli intermedi per il mondo del lavoro. Il mio augurio, guardando all’esperienza pur se negativa dei 50 anni passati, è di continuare a coltivare per questo disegno logico e razionale, la virtù della speranza!”
Facciamo nostro questo Augurio, con la cautela che giustificano gli scarni risultati conseguiti nei quasi sette anni trascorsi, confortati dal sapere che possiamo comunque contare sulla grande resilienza del Paese.

Pierangelo Andreini
Aprile 2018